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Omosessualità e patologia: una storia lunga 80 anni (e più)

"Ho più amici gay che normali”. La frase infelice pronunciata da un parlamentare in una recente occasione pubblica ha suscitato lo scalpore da parte dell’opinione pubblica proprio nel mese dedicato al PRIDE e,

per la precisione, l’infelice espressione è stata detta così: “Non accetto che mi venga data dell'omofoba... Ho più amici gay che normali. E li tratto come tratto qualsiasi altra persona normodotata".


L’additare come “non normale” il comportamento omosessuale ha delle radici profonde, radicate anche nella storia della psicologia, ma ormai reso senza alcun fondamento almeno formalmente dal 17 maggio 1990, quando viene definitivamente eliminata l’omosessualità dal manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM). Si dovranno poi attendere altri 3 anni, nel 1993, perché l‘Organizzazione Mondiale della Salute decidesse di accettare l’omosessualità come un’assoluta NON malattia psichiatrica. Espressioni che oggi ci lasciano un po’ stupiti forse, anche perché in questi 30 anni ormai abbiamo sedimentato alcune certezze, ma che vorremmo ripercorrere da un punto di vista storico legato allo sviluppo della clinica.


In realtà va sottolineato come l’American Psychiatric Association avesse già nel 1973 derubricato l’omosessualità dalle malattie mentali. Queste le parole di Judd Marmor, psichiatra americano impegnato nella depatologizzazione dell’omosessualità: “La derubricazione dell’omosessualità come malattia mentale, voluta dall’American Psychiatric Association nel 1973, è il risultato di una lunga battaglia che ha avuto un forte impatto sulla vita di milioni di uomini e donne omosessuali, non solo negli Stati Uniti, ma in tutto il mondo. Questo evento è stato un importante cambiamento nel mondo della psichiatria e ha avuto una forte risonanza sociologica e psicologica. Io ho avuto il privilegio di svolgere un ruolo significativo in questa battaglia.”


Ma cominciamo dal principio.

Nel 1952, l’American Psychiatric Association (APA), in risposta alla classificazione ICD (International Classification of Diseases) dell’OMS, raccoglie in un manuale, il DSM, le definizioni e le descrizioni di molti disturbi mentali, classificandoli in base alla frequenza statistica delle loro caratteristiche. Dal 1952 a oggi, sono state prodotte 5 versioni del manuale (proprio nel 2023 è uscita la revisione alla quinta edizione), i cui aggiornamenti si basano sui cambiamenti, nel tempo e nelle diverse culture, della diffusione e dell’incidenza delle sofferenze psichiche. La storia della derubricazione dell’omosessualità racchiude in sé sia considerazioni scientifiche e metodologiche sia pressioni sociali e culturali.

Un disturbo socio-patico della persona. Così nel 1952 il DSM-I (la prima edizione) definiva l’orientamento omosessuale, autorizzando di fatto il trattamento psichiatrico basato sulla diagnosi di omosessualità. Questa “possibilità” permetteva di fatto il ricovero forzato in manicomio e la somministrazione di farmaci ed elettroshock.

Nel 1968, con il DSM-II, invece, l’omosessualità era considerata una devianza sessuale al pari della necrofilia, della pedofilia e della zoofilia e catalogata tra i “Disturbi Mentali non Psicotici”.

E ancora nel 1974 sui testi scientifici si parlava di “omosessualità egodistonica”, ovvero quella condizione in cui una persona omosessuale non accetta il proprio orientamento sessuale e non lo vive con serenità.

Eppure, già nel 1973 l’American Psychiatric Association (APA) si dissociò dal DSM in vigore dichiarando l’omosessualità come un orientamento sessuale e, quindi, un elemento non patologico della psiche personale. Il primo tentativo di depatologizzazione risale al 1973 e viene stabilito all’unanimità dal Board of Trustees dell’APA. Gli oppositori a questa scelta, però, chiedono che la decisione venga estesa a tutti i membri dell’APA e indicono un referendum. Il risultato della votazione allargata è il medesimo: l’omosessualità deve essere eliminata dal DSM. Gli oppositori non si arrendono e continuano a indignarsi perché sostengono che la cancellazione non si possa basare solamente su un voto, ma debba avere solide argomentazioni scientifiche.

Bisognerà attendere però il 1990 per la definitiva eliminazione dell’omosessualità dal DSM e nel 1993 anche l’OMS accetta l’omosessualità come un’assoluta non malattia psichiatrica.

Il 17 maggio 2005, 15 anni dopo la definitiva eliminazione dell’omosessualità dal DSM del 1990, viene istituita per la prima volta la Giornata Internazionale contro l’omofobia.

Il 2018 sarà ricordato come l’anno in cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) decise di rimuovere anche le identità transessuali dal capitolo dei disturbi mentali dell’International Classification of Diseases (ICD). Una nuova sezione è stata inclusa al manuale: “Condizioni relative alla salute sessuale”, in cui si trova la diagnosi di “incongruenza di genere”. Questa scelta avviene quasi mezzo secolo dopo (1974) che l’orientamento omosessuale è stato escluso dal DSM, il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, come malattia mentale.



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