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La Sindrome del Burnout tra locus esterno e locus interno

Sto esaurendo!” Il burnout, parola di origine anglosassone che letteralmente significa esaurimento, crollo o surriscaldamento, dà chiaramente l’idea di ciò di cui si sta parlando, ovvero una condizione di stress. Stress quindi inserito in un contesto lavorativo e/o derivante da esso, che determina un logorio psicofisico ed emotivo, con vissuti di demotivazione, di delusione e disinteresse con concrete conseguenze nella realtà lavorativa, personale e sociale dell’individuo. La sindrome del burnout venne inizialmente associata alle professioni sanitarie e assistenziali, per poi essere riconosciuta come associata a qualsiasi contesto lavorativo con alte condizioni stressanti e pressanti come ad esempio posizioni di grande responsabilità lavorativa.


Attualmente il burnout non figura nel DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali).

Tuttavia l’Organizzazione Mondiale della Sanità (in acronimo OMS) riconosce ufficialmente il burnout come una sindrome inserendola nell’International Classification o Diseases, e più precisamente nel capitolo Icd-11 che riguarda i ‘fattori che influenzano lo stato di salute’.

Pur essendo previsto l’intervento dei servizi sanitari non è comunque classificato come malattia o condizione medica; piuttosto viene definito un ‘fenomeno ‘occupazionale’ che può seriamente minacciare il benessere dei lavoratori e compromettere la salute fisica e mentale.

Nel dettaglio l’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce il burnout una sindrome concettualizzata come conseguenza di stress sul posto di lavoro non gestito con successo.


Un po’ di storia. Il termine burnout è apparso la prima volta nel mondo dello sport, nel 1930, per indicare l’incapacità di un atleta, dopo alcuni successi, di ottenere ulteriori risultati e/o mantenere quelli acquisiti. Nel mondo della psicologia, invece, fa il suo ingresso solo nel 1975 quando la psichiatra americana C. Maslach utilizza questo termine per definire una sindrome i cui sintomi evidenziano una patologia comportamentale a carico di tutte le professioni ad elevata implicazione relazionale. Il burnout viene definito come “una perdita di interesse vissuta dall’operatore verso le persone con le quali svolge la propria attività (pazienti, assistiti, clienti, utenti, ecc), una sindrome di esaurimento emozionale, di spersonalizzazione e riduzione delle capacità personali che può presentarsi in persone che, per professione, sono a contatto e si prendono cura degli altri”.

Definizione. Il Burnout è una sindrome caratterizzata essenzialmente da tre dimensioni:

  • Sensazione di esaurimento delle energie

  • Distacco dal lavoro

  • Riduzione dell’efficienza lavorativa

Il Burnout si sviluppa quindi all’interno di contesti lavorativi; ciò significa che il termine non dovrebbe essere utilizzato per la descrizione di esperienze che riguardano altri ambiti di vita, anche se spesso i sintomi sono comuni anche ad altre forme di stress, come l’ansia.

Le 4 fasi. La sindrome del Burnout si caratterizza in 4 fasi. La fase numero uno viene definita ‘fase dell’entusiasmo idealistico’ o anche ‘fase preparatoria’. Il lavoratore, spinto da una forte motivazione impiega molte energie nello svolgimento delle proprie mansioni. Aspettative irrealistiche e di ‘onnipotenza’ diventano il motivo per il quale si arriva a sacrificare tutto ciò che esula dalla sfera lavorativa, per cui famiglia, amici, bisogni ed esigenze personali e interessi extra-lavorativi. La fase numero due viene definita ‘fase di stagnazione’.

Si tratta del momento in cui scatta l’insoddisfazione e ci si accorge che il lavoro non si allinea più ai propri bisogni e alle proprie ambizioni. La fase numero tre è identificata nella ‘fase di frustrazione’, che è considerata quella in cui praticamente si aggrava la sindrome.

Il livello di autostima si abbassa drasticamente per cui il lavoratore inizia a sentirsi inutile e inadeguato; inizia a percepire una condizione di sfruttamento. La tendenza comune è quella di allontanarsi dal contesto lavorativo. La quarta fase viene definita ‘fase del disimpegno emozionale’. Si tratta del momento in cui emerge una profonda apatia, ovvero una vera e propria disaffezione dalla professione. Il lavoratore perde interesse nei confronti del proprio lavoro, diventando indifferente, intollerante, insofferente e particolarmente cinico.


I soggetti più colpiti dal burnout. Il burnout viene considerato, da molti studiosi, non solo un sintomo di sofferenza individuale legata al lavoro (stress lavorativo), ma anche come un problema di natura sociale provocato da dinamiche sia sociali, sia, politiche, sia economiche; la sindrome può infatti interessare il singolo lavoratore, lo staff nel suo insieme e anche istituzioni (per esempio l’organizzazione dei soccorsi in situazioni di crisi come i Vigile del Fuoco, i Militari, le Forze dell’Ordine ecc.).

Partendo dalla premessa che la sindrome di burnout può colpire chiunque e in qualunque contesto lavorativo è opportuno comunque precisare che i soggetti più colpiti sono quelli che svolgono le ‘helping professions’, ovvero le cosiddette ‘professioni di aiuto’.

Si tratta in pratica di quelle professioni di tipo sanitario e assistenziale che prevedono contatti diretti e frequenti con altri esseri umani, ma soprattutto con le relative emozioni, esigenze e problematiche.

I profili più colpiti dal burnout sono quindi i medici, gli infermieri, gli operatori OSS, gli psicologi e gli insegnanti.

Ma anche i poliziotti, i vigili del fuoco e tutte le professionalità preposte alla gestione delle emergenze.


Avrò scelto il lavoro “giusto”? Maslach e Leiter nel 1997 hanno elaborato un nuovo modello interpretativo che si focalizza principalmente sul grado di adattamento/disadattamento tra persona e lavoro. Secondo questi autori la sindrome del burnout ha maggiori probabilità di svilupparsi quando è presente una forte discordanza tra la natura del lavoro e la natura delle persone che svolgono tale lavoro.

Queste discrepanze sono da considerarsi come i più importanti antecedenti del burnout e sono sperimentabili in sei ambiti della vita organizzativa: carico di lavoro, controllo, ricompense, senso comunitario, equità, valori. Maslach e Leiter hanno ridefinito il burnout come una erosione dell’impegno nel lavoro. Quest’ultimo, secondo gli autori, sarebbe caratterizzato da tre fattori (energia, coinvolgimento ed efficacia) che rappresentano i poli opposti delle dimensioni del burnout: impegno e burnout non sono altro che le due estremità opposte di un continuum.





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