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I Disturbi d’ansia tra common sense, storia e tassonomia scientifica

“Ho l’ansia”. “Non farmi venire l’ansia”. “Mamma che ansia!” Ormai la parola “ansia” è diventata di utilizzo comune quasi a voler sottolineare uno stato temporaneo dovuto a un fattore esterno che ci induce stress e che, se eliminato, può portare a una situazione di benessere. Eppure, sotto un profilo tecnico le cose non sono così semplici.


Con il termine 'ansia’, infatti, si intende una reazione anticipatoria caratterizzata da preoccupazione, apprensione, paura, manifestazioni fisiologiche e di tensione psicofisica, di fronte ad uno stimolo o a un evento negativo futuro, ovvero che non è realmente presente o che potrebbe accadere.

In particolare Il DSM-5 definisce i seguenti disturbi d'ansia:

  • disturbo d'ansia da separazione

  • mutismo selettivo

  • agorafobia

  • l'ipocondria

  • fobie specifiche

  • il disturbo d'ansia generalizzata

  • il disturbo di panico

  • la fobia sociale

  • disturbo d'ansia indotto da sostanze

  • disturbo d'ansia causato da altre situazioni mediche

L’elenco completo non comprende più alcuni disturbi che in passate edizioni del DSM rientravano in questa categoria. In particolare il disturbo ossessivo-compulsivo e il PTSD non fanno più parte dei disturbi d’ansia, ma sono categorizzati all’interno di capitoli specifici.

Quindi, diversamente dalla nostra vulgata diffusa dal common sense sugli stati d’ansia, la minaccia percepita può essere esterna (ad es. una situazione sociale come il parlare in pubblico) interna (ad es. sensazioni interne come nel disturbo di panico) o non ben identificabili (come nel disturbo d’ansia generalizzata). Può anche non esistere nella realtà. Da qui si evince come la semplificazione che vorrebbe eliminare semplicemente l’elemento esterno che genera ansia sia difficilmente percorribile.


L’ansia ha origini lontane. Fu Ippocrate, il padre della medicina a fornire una prima sorta di diagnosi quando nel Corpus Hippocraticum, tra il 460 a.C e il 370 d.C. circa, descrive un caso di fobia di un uomo di nome Nicanor e la interpreta come un disturbo organico. Poi venne Cicerone che descrisse preoccupazioni e angosce come veri e propri disturbi definendo l’ansia come una malattia organica. Stoici ed Epicurei hanno fatto della ”paura della morte” l’incipit della propria filosofia tanto che, ad esempio, secondo Epicuro per avere una vita felice era necessario che la mente fosse libera da preoccupazioni e questo poteva avvenire liberandosi delle cognizioni negative su passato e futuro (che sono alla fine forme d’ansia).


È poi Galeno Galeno (131-201 d.C.) definisce la bile nera non più causa del disturbo ma un suo effetto (Westenberg et al., 1996) e distingue tre forme di melanconia che richiedevano trattamenti specifici e differenti tra loro: una prima forma di melanconia generalizzata, caratterizzata da sangue pieno di bile nera, una seconda cerebrale che coinvolge il cervello e una terza ipocondriaca che colpisce gli organi della parte superiore dell’addome. La teoria umorale di Galeno è ripresa anche per tutto il medioevo e sarà solo Cartesio in epoca moderna a portare a un inizio di quella che è la visione meccanicistica della malattia nel XVIII secolo. Secondo Cartesio, infatti, le passioni non solo preparano il corpo ma predispongono l’anima a desiderare ciò per cui il corpo si prepara e quindi le manifestazioni corporee delle emozioni sono utili per comprendere le funzioni delle emozioni. Il che aprirà alle teorie di fine ‘700 per cui la “melanconia” doveva essere causata da una disfunzione del sistema nervoso centrale e non più dal sangue.


Le prime forme di ansia considerate e studiate, sin dai tempi degli antichi grechi, erano fobie specifiche: è Flemming nel 1848 che per la prima volta trattate di forme di ansia non fobiche, segnando una svolta storica nella concettualizzazione dei disturbi d’ansia.

Tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, cominciano a comparire ulteriori nuove categorie diagnostiche, eppure il termine ansia viene ancora spesso considerato sinonimo di “angoscia”. In tale contesto, per Beard, tale disturbo era caratterizzato da numerosi sintomi quali malessere generale, dolori nevralgici, isteria, ipocondria, sintomi ansiosi e depressivi.

Sigmund Freud critica il concetto di nevrastenia di Beard e lo separa nettamente dalla nevrosi d’angoscia. Freud riversa sull’individuo stesso lo stato d’ansia considerandola un segnale d’allarme riguardo a una minaccia interna. Il contributo apportato da Freud è stato quello di cambiare la concezione dell’ansia, da lui intesa come reazione a una minaccia interna, e di delineare una distinzione tra l’ansia (senza oggetto) e la paura (connessa all’oggetto). Nell’articolo in cui sono distinte le nevrosi d’ansia dalla nevrastenia Freud propone descrizioni di diverse forme d’ansia e della loro sintomatologia che sono utilizzate tutt’ora.


L’ansia e il DSM. Nel corso delle diverse dizioni del DSM è decisamente cambiato l’approccio rispetto ai disturbi d’ansia. Infatti se nel DSM I la caratteristica principale dei disturbi psiconevrotici era l’ansia espressa e i meccanismi di difesa, inconsci ed automatici, che avevano lo scopo di controllarla e nel DSM II l’ansia era la caratteristica principale delle nevrosi, a tal punto che i due termini risultavano quasi sinonimi, nevrosi d’ansia, nel DSM III la nevrosi fobica e nevrosi ossessivo-compulsiva vengono raggruppate sotto la voce di “Disturbi d’Ansia” (Westenberg et al.,1996). Con il DSM-III vengono introdotti dei criteri diagnostici specifici e un sistema valutativo multiassiale. Questo anche grazie alla scoperta dell’effetto ansiolitico delle benzodiazepine e della ricerca farmacologica successiva. Si arriva poi con il DSM IV a un’ulteriore tassonomia per cui i disturbi mentali sono definiti attraverso quadri sintomatologici raggruppati su basi statistiche. Un costrutto introdotto in questa edizione è, ad esempio, il disturbo acuto da stress. Per approdare all’ultima edizione del DSM dove i disturbi d’ansia sono divisi in 3 spettri: ansia, disturbo ossessivo-compulsivo e disturbi legati a traumi e fattori di stress, che condividono determinate caratteristiche neurobiologiche, genetiche e psicologiche.


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