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Vado a vivere in città… per essere più “felice”

Trasferirsi in campagna per esser più felici e vivere meglio? Parrebbe in realtà di no, per essere felici bisogna stare in città, con buona pace del common sense, di secoli di letteratura e molte campagne di Marketing (dal Mulino Bianco in giù!). Arriva da Chicago l’esito di una nuova ricerca che cambia un po’ le carte in tavola e ci racconta qualche cosa anche su come è cambiata con il tempo la nostra percezione di felicità e che cosa entra in quel “paniere”.


Uno studio dell'Università di Chicago, infatti, dimostra che le città più grandi hanno tassi di depressione sostanzialmente più bassi rispetto alle città più piccole.


Felicità “calcolata” partendo dai tassi di depressione. Felicità ricavata dalla possibilità di entrare in relazione con altri decisamente simili o diversi da noi. Vivere in una grande città, è risaputo, consente agli abitanti di entrare in contatto con più persone e vivere più esperienze rispetto alla vita nei piccoli centri abitati. Pensiamo al numero di persone che ogni giorno si possono incontrare e alle possibilità di svago (e non solo) che una grande città offre: eventi sportivi, musei, concerti, mostre, ristoranti e quant’altro. Anche ospedali e scuole, per continuare con gli esempi, spesso offrono più servizi a chi vive nelle grandi città.

Chiaramente non si considera nello studio la patologia di individui specifici di fronte a situazioni cui la città particolarmente espone. Pensiamo ad esempio all’agorafobia, caratterizzata da paura o ansietà riguardo al trovarsi in situazioni o luoghi da cui non si può scappare facilmente o in cui si potrebbe non ricevere aiuto se si sviluppa ansia intensa. Le persone tendono quindi a evitare queste situazioni o luoghi. E la probabilità di incontrarli in un contesto urbano è decisamente maggiore che altrove. Piazze, metro, treni, stazioni: sono i luoghi del lavoro, delle relazioni e della vita urbana. Eppure, a volte può capitare che anche chi abita la città si senta sopraffatto dal ritmo frenetico e “solo in mezzo alla folla”. Per questo motivo, nel corso degli anni, si è messo in luce le conseguenze negative che la vita nelle grandi città può avere sulla salute mentale degli abitanti. Questa visione chiama in causa aspetti quali l’inquinamento acustico, i tassi di criminalità, la breve durata e la superficialità delle interazioni sociali per spiegare come le grandi città possano rendere la vita dei cittadini non sempre facile da sostenere e impegnativa da un punto di vista psicologico.


Ma c’è anche l’altro lato della medaglia. Il rapporto tra città e salute mentale è infatti, più complesso di quanto le spiegazioni convenzionali latino intendere. Uno studio condotto dall’Università di Chicago mostra come le città più grandi degli Stati Uniti presentino in realtà tassi di depressione sostanzialmente più bassi rispetto alle città più piccole. In particolare, un raddoppio della popolazione cittadina è stato associato a una diminuzione media del 12% dei tassi di depressione.


Molti studi negli ultimi decenni hanno dimostrato che le proprietà medie degli insediamenti urbani contemporanei, dai risultati socioeconomici all'area territoriale fino all'estensione delle infrastrutture, variano in modo sistematico e prevedibile con la dimensione della popolazione. Insomma, dietro alle metropoli in espansione si nasconde la matematica e, più precisamente, la teoria dell'urban scaling.


Questa visione lascia intendere che le città più grandi sono ambienti in cui è possibile supportare e sostenere un numero maggiore di interazioni sociali per unità di tempo e tale dinamica, apparentemente generica, è a sua volta la base per l'espansione dell'organizzazione economica e politica della società.


“Una città - spiega il fisico Luis Bettencourt - è prima di tutto un reattore sociale. Funziona come una stella, perché attrae persone e accelera le interazioni e gli output sociali proprio come le stelle comprimono la materia bruciando più velocemente e in maniera più luminosa tanto più sono grandi […] le città sono come enormi social network, fatti non tanto dalle persone quanto dalle loro interazioni, che avvengono a loro volta in altri network (sociali, spaziali, infrastrutturali) che consentono a cose, informazioni e persone di incontrarsi nello spazio urbano”.


Urban Scaling e depressione. In che modo la teoria dello urban scaling può aiutarci a comprendere i tassi di depressione nelle grandi città? Il numero di contatti sociali è fortemente associato al rischio di depressione: maggiore è il numero di persone con cui si interagisce, minore è il rischio di manifestare sintomi depressivi. E l’ambiente fisico della città è capace di dare forma a queste reti sociali: le infrastrutture facilitano la consegna di beni, servizi e informazioni, che contribuiscono a sostenere tutte le opportunità che le città hanno da offrire. Allo stesso tempo, queste reti infrastrutturali permettono alle persone di muoversi all’interno della città per accedere a queste opportunità


Città ben costruite sono città di relazione, città sostenibili in termini di relazioni. Perché l’ambiente umano conta. Tanto.



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