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Quel che resta di una "Gioventù bruciata": 50 ore in auto per 100mila like

Aggiornamento: 23 giu 2023

C’è chi ha parlato di declino morale. Chi di necessità di censura. Chi di genitori troppo compiacenti e sistemi poco rigidi. Una cosa però la si può dire con qualche: anche di fronte a una tragedia la chiacchiera (questa volta non solo social) da bar non si ferma e pretende di raccontare una verità che è ancora al vaglio degli inquirenti. E se anche i giornali non aiutano a discernere le informazioni a partire dalla loro rilevanza, quel che ci resta è provare ad abbozzare qualche considerazione “alta” e qualche tendenza preoccupante.

Di chi è la colpa? È la domanda a cui è sicuramente più difficile rispondere. Il fatto oggettivo è che in un piccolo paese del centro Italia, un giovane alla guida di una Lamborghini Urus affittata ha bocciato una Smart e questa collisione ha causato gravi ferite alla conducente e la morte di un bambino di 5 anni a bordo della vettura. A contorno della vicenda c’è il fatto che il giovane con alcuni amici fa parte di un gruppo TheBorderline, attivo su Youtube, che lancia challenge (con finalità economiche) e questo incidente arriva proprio durante una di queste sfide (trascorrere 50 ore alla guida di una Lamborghini se avessero raggiunto 100mila like). Si capisce quindi che la “colpa” che in molti vorrebbero individuare va ben al di là della tragica dinamica stradale che ha causato la morte di un bambino di 5 anni. Quella “colpa” si riferisce più a un “come siamo arrivati a questo?”, al ruolo che hanno i genitori, il gruppo dei pari, i social network e forse tutti noi. Fa riflettere come proprio nei giorni successivi l’accaduto il Corriere della Sera pubblichi un articolo in cui mostra il video dello stesso ragazzo autore dell’omicidio e di suo padre senza cintura, vento nei capelli, alla guida di una Ferrari. Insomma, il Corriere della Sera una risposta la suggerisce. E si autoassolve. O forse no…

I social possono stare a guardare? Forse no perché i giornali stessi utilizzano come fonti i canali social e più la ”bravata” è virale e diventa sensazionalistica, più lo scoop è assicurato. Quindi in qualche modo contribuiscono ad amplificare contenuti creati proprio per essere amplificati e monetizzare a partire da quella amplificazione. I giornali lo sanno e sono parte del gioco. Fare finta di niente ora gridando allo scandalo e sbandierando verginità lascia un po’ di stucco. Piuttosto viene da chiedersi sia sia legittimo censura alcuni tipi di contenuti e consentire la circolazione di altri. Se c’è una censura (sacrosanta) sulla pornografia, non c’è su queste sfide riprese e pubblicate che in alcuni casi portano addirittura alla morte del protagonista (basta pensare al caso di Yahya Hkimi annegato mentre si fa girare un video in cui fa finta di annegare. Magritte resterebbe di stucco). E qui ancora una volta sentiamo che quel che è lecito fa a cazzotti con quel che pensiamo possa essere giusto. E oltretutto il lecito ingiusto ha anche un ritorno economico che l’algoritmo legittima perché porta visualizzazioni, utenti e nuovi follower. Questo è un problema. E ce ne stiamo accorgendo.

Che cosa fare? Alcune ricerche scientifiche hanno evidenziato come il benessere degli adolescenti sia fortemente influenzato dall’utilizzo dei social media. Ed i lati negativi di questi sono stati molti, basti pensare all’ansia, alla rappresentazione filtrata e falsata della propria immagine o al cyberbullismo, ma possono esservi anche dei lati positivi se si impara a farne un buon uso. Il problema sorge quando la consapevolezza di questi aspetti manca, i social vengono considerati come semplici strumenti di relazione, senza capire come in realtà influenzino le relazioni. Qualcuno dirà che sono semplicemente vecchie dinamiche che si ripropongono su nuove piattaforme. E quindi? Se le vecchie dinamiche (di bullismo, prevaricazione, modelli deboli e soldi facili) facevano acqua prima, la fanno anche oggi a strumenti invertiti e cambiati. Girarsi dall’altra parte dicendo “è sempre stato così” è la peggior cosa che possiamo fare per noi, per chi verrà e per chi non c’è più.


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