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LA TEORIA DELL’ATTACAMENTO, DEFINIZIONI E STILI

La teoria dell’attaccamento nasce da diverse teorizzazioni, tra cui troviamo quella psicoanalitica, etologica e antropologica. Il suo precursore è stato il ricercatore e psichiatra John Bowlby che fu il primo ad indagare le motivazioni che legano il bambino alla madre, oltre alla naturale ricerca di cibo.

Tra gli esperimenti più famosi, che gettarono le basi per la teorizzazione di Bowlby, c’è sicuramente quello dello zoologo ed etologo Konrad Lorenz. Lorenz, infatti, scoprì che un anatroccolo appena uscito dall’uovo segue il primo oggetto in movimento che compare alla sua vista. Allo schiudersi delle uova di anatroccolo, veniva fatto muovere un guanto giallo, che l’animale iniziava a seguire il guanto pensando che si trattasse della madre nonostante non avesse ricevuto da parte dell’oggetto nessun tipo di cura che si pensava invece stessero alla base del processo di affiliazione. Questo esperimento ha dimostrato la possibilità che si sviluppi un legame verso una figura specifica anche senza che essa fornisca alcuna ricompensa di cibo e calore.

Il legame di attaccamento può essere definito come un particolare legame che si instaura tra la madre e il neonato. Durante le sue ricerche, Bowlby notò che l’instaurarsi del legame tra madre e bambino aveva motivazioni ulteriori rispetto alla sola ricerca di cibo. Bowlby sottolineò come le motivazioni maggiori che legavano il bambino alla madre derivavano dalla ricerca di protezione, serenità e affetto.

Un altro esperimento che portò Bowlby alla teorizzazione della teoria dell’attaccamento fu sicuramente quello condotto sui macachi Rhesus da parte degli studiosi Harlow e Zimmerman. In questo esperimento si osservavano i piccoli macachi in situazioni di accudimento con due differenti sostituti materni: il primo era una costruzione di metallo che forniva però il cibo, il secondo era invece costituito da materiale morbido ma privo di cibo. Quello che si è potuto osservare è come i piccoli macachi passassero il loro tempo maggiormente con il sostituto morbido e anche con l’introduzione di una situazione di pericolo i piccoli correvano da quest’ultimo, probabilmente perché in grado di farli sentire al sicuro e protetti, nonostante non soddisfacesse i loro bisogni di nutrimento.

Bowlby dedusse che lo stesso comportamento si sarebbe osservato anche nei piccoli umani. Il bambino costruisce i propri legami, non solo perché motivato dalla necessità del nutrimento ma anche dalla possibilità di sperimentare, nella relazione con l’adulto, sicurezza e protezione.

Il legame di attaccamento, in linea generale, ha lo scopo di favorire la sopravvivenza grazie alla vicinanza con una figura adulta che può garantirli sicurezza e protezione. Si può parlare di attaccamento quando abbiamo tre caratteristiche fondamentali:

×        la base sicura: è il posto in cui il bambino sa di poter tornare, dopo aver esplorato ciò che lo circonda. Senza una base sicuro, il bambino, spaventato di non poter trovare rassicurazioni è più incline ad inibirsi e precludersi l’esperienza di esplorazione.

×        Ricerca di vicinanza: il bambino ha una sua figura affettiva “preferita”, che tende a ricercare più spesso rispetto agli altri caregiver che lo circondano.

×        La protesta per la separazione da parte del bambino quando si deve allontanare dalla figura di attaccamento.

Tutti i bambini, tranne in casi gravi ed estremi, tendono a stabilire una relazione di attaccamento con un caregiver. Quest’ultima si può categorizzare in base alla sua qualità.

La prima studiosa ad osservare che le relazioni di attaccamento caregiver – bambino non erano tutte identiche è stata Mary Ainsworth.

Nell’osservazione delle coppie caregiver – bambino, la Ainsworth ha individuato quelli che essa definisce gli stili di attaccamento. i primi stili di attaccamento individuati sono stati tre, solo successivamente altri studiosi hanno osservato come non tutti i bambini rientrassero in questi 3 stili, che comunque rappresentano una delle basi della teoria dell’attaccamento. Quest’ultimi sono:

Attaccamento sicuro: in questo stile di attaccamento il bambino è fiducioso del conforto che riceverà dal suo caregiver, ricerca la vicinanza fisica, protesta alla separazione con il caregiver ma si lascia consolare al suo ritorno.

Attaccamento insicuro – evitante: alla presenza del caregiver, i bambini che rientrano in questa tipologia di attaccamento sono freddi e distaccati, stesso atteggiamento che mantengono anche quando il caregiver si allontana e fa ritorno da loro.

Attaccamento insicuro – ambivalente: con il caregiver, come ci suggerisce la parola stessa, si comportano in modo ambivalente; ricercano il contatto fisico continuo ma allo stesso tempo lo respingono. Quando il caregiver si allontana scoppiano in un pianto inconsolabile, ma al suo rientrano non si mostrano contenti ma al contrario lo respingono, sembrando molto arrabbiati.

 

Ad oggi, lo stile d’attaccamento ricopre un ruolo importante all’interno di molti percorsi terapeutici. Esso può rappresentare un modello interpretativo utile al terapeuta per significare eventuali problematiche che il paziente può portare all’interno del percorso di terapia. Date queste premesse, è importante sottolineare come alcuni stili di attaccamento potrebbero rappresentare un fattore di rischio nello sviluppo di problematiche di tipo psicologico. E’ però da tenere in considerazione che gli stili di attaccamento, durante il ciclo di vita dell’individuo, possono modificarsi grazie alle molteplici esperienze relazionali che l’individuo può esperire costituendo così un fattore protettivo laddove le prime esperienze non siano state favorevoli.




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