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I giovani oggi: tra complessità, crisi e necessità di cambiamento




Quando pensiamo all’adolescenza, immediatamente la associamo a un’idea di complessità; una complessità su vari punti di vista, affrontata nell’ambito della lezione del master “Le Relazioni Familiari e la Tutela del Minore” organizzato da Centro Studi Famiglia, tenutasi venerdì 24 maggio 2024, dalla dottoressa Chiara Lupo, Psicologa, Psicoterapeuta e Psicodiagnosta, esperta in problematiche della famiglia e dei minori e Presidente del Centro Studi Famiglia.

Come presentato nella lezione, infatti risulta evidente come questa particolare fase della vita stia diventando sempre più al centro delle preoccupazioni educative e sociali. Genitori, educatori e l'intera società riconoscono il disagio intrinseco degli adolescenti, rendendoli così oggetto di studio, attenzione e cura. L'adolescente non viene più considerato strano, bizzarro, inadeguato o fisiologicamente incompetente, ma viene valorizzato nell'ambito delle dinamiche mentali che caratterizzano i suoi processi di sviluppo.

Eppure, lo stesso adolescente, a cui prima veniva concesso di commettere errori e prendersi del tempo all’interno del suo percorso di sviluppo, diviene oggi soggetto attivo e agente, che si ritrova a vivere e a dover performare in un mondo a misura di adulti, dominato da un’ampia e diffusa crisi generalizzata che caratterizza la nostra società in diversi contesti, da quelli economici, a quelli valoriali e familiari.

Questa stessa crisi generalizzata accompagna e appesantisce la  tipica crisi adolescenziale,  che riflette il disagio e le difficoltà derivanti dall’inserirsi in un mondo adulto sempre più richiestivo e performante: l’adolescente cioè si ritrova ad affrontare quel “processo di cambiamento dinamico dove la sfera sociale e la sfera personale si incontrano per determinare opportunità e rischi” In un mondo  da un lato sempre più carico di pressioni e aspettative in ambito scolastico, accademico, sportivo, relazionale,  e, dall’altro  privo di prospettive di crescita concrete, in cui i tempi di attuazione sono dilatati e indefiniti.  Ai ragazzi si richiede, cioè, di “apparire” nel mondo e allo stesso tempo continuare a rimanere “giovani” in attesa di trovare un loro posto nella società adulta, ritrovandosi in un clima di incertezza, insicurezza e disorientamento, e manifestando il loro disagio, a livelli differenti.

È bene sottolineare come le dimensioni di salute e patologia possano essere osservate all’interno di un continuum, e di come Il peso della crisi abbia differenti ripercussioni sulla salute mentale degli adolescenti.

Analizzando le sfumature derivanti da tali osservazioni, non possiamo che constatare come la percentuale di adolescenti in cattive condizioni di salute mentale sia aumentata, passando dal 13,8% nel 2019 al 20,9% nel 2021, un aumento che coinvolge anche la fascia di età appena successiva, cioè quella tra i 20 e i 24 anni.

 A livello epidemiologico le manifestazioni più tipiche di questo malessere riguardano l’incremento dei disturbi d’ansia, fobici e attacchi di panico, che diventano primari in questa fase di vita.  E proprio le manifestazioni d’ansia sempre più spesso, accompagnano, nei giovani, lo spettro della depressione, che emerge in maniera conclamata come assenza di capacità di azione, come un’inadeguatezza a vivere e a fare. L’adolescente che soffre di depressione così si ritira socialmente, si sottrae alla vita, si chiude in casa.

 In maniera sempre più prominente le dipendenze, sia da stupefacenti e alcol, sia tecnologiche, connesse all’utilizzo spropositato e alienante di Internet, social network e giochi on-line, diventano strumenti di gestione delle difficoltà e di risposta alla pressione sociale, e che di fatto eliminano tutte le paure derivanti della relazione e neutralizzano la sensazione di sentirsi falliti, in ansia, e depressi.

Il mondo della relazione, la rete, diviene un luogo onnipresente nella vita degli adolescenti, che da un lato, aiuta ad emergere, essere visti, dall’altro è punitivo, mortificante quando, soprattutto nel caso di adolescenti con fatiche emotive e psicologiche, non restituisce quel senso di inclusione tanto ricercato.

L’angoscia derivante dal dover performare e raggiungere modelli di perfezione derivanti da aspettative irrealistiche del mondo adulto, porta l’adolescente a ritirarsi dalla vita, pur di non dover sopportare il fallimento, di non dover tollerare l’angoscia, compiendo addirittura gesti estremi come quelli suicidari. I dati allarmanti indicano di come il suicidio sia infatti la seconda causa di morte nella fascia d’età tra i 15 e i 19 anni in UE.  

Molto spesso sono i genitori stessi, con tutte le buone intenzioni, che tuttavia impediscono ai figli di vivere questi aspetti, proteggendoli da qualsiasi fattore che possa generare sofferenza, e quindi paradossalmente, invitandoli a comportarsi come adulti, senza permettergli di diventarlo.

Così questa stessa necessità di sfuggire, di non pensare al dolore, addirittura di negarlo non consente ai giovani di affrontare la sofferenza come elemento che è parte della vita di tutti noi. E il benessere diviene un fine assoluto, da raggiungere a tutti i costi e il prima possibile, non riconoscendolo come equilibrio derivante da uno sforzo costante e un percorso da costruire e a cui tendere anche attraversando dei momenti negativi.

La conseguenza ultima e paradossale è quindi quella di non acquisire gli strumenti necessari per poter sviluppare una propria identità, e contemporaneamente di non crescere emotivamente, rimanendo intrappolati in questo circolo vizioso.

Come professionisti della cura, non possiamo che porre l’attenzione sulla necessità di continuare a interrogarci sulla salute mentale dei nostri giovani, su come possiamo prevenire il disagio e promuoverne il benessere. Tale consapevolezza richiama la responsabilità del mondo adulto, che i quanto tale può aver cura di queste dimensioni, nell’ottica di sviluppare un’attenzione collettiva e una missione costante per far sì che essa venga considerata un “bene comune” indispensabile per tutti.

L’importanza di promuovere la salute mentale soprattutto nelle prime fasi di vita, mediante interventi precoci, è ampiamente ribadito dalla WHO, che scorge in questo processo la possibilità di evitare il più possibile in tal modo la medicalizzazione del disturbo, la sua istituzionalizzazione e la sua insorgenza in età adulta (WHO, 2001; 2013).

La stessa attenzione e centralità circa la tutela della salute dei giovani è stabilita dagli articoli 3, 24, 27, 32 della “Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza” (CRC – Convention on the Rights of the Child) (1989) non solo in riferimento allo sviluppo fisico, ma anche mentale, spirituale, morale o sociale. Tale documento ribadisce, inoltre, l’importanza e la necessità per il raggiungimento di tali obiettivi, oltre che dell’adozione di misure legislative, amministrative, sociali, anche di azioni educative.

I giovani risultano, quindi, più a rischio, rispetto ad altri, della “vulnerabilità sociale tipica della contemporaneità”. Concentrarsi sulle loro risorse positive per promuoverne il benessere diviene la chiave di lavoro, che coinvolge numerosi agenti, tra cui la scuola e la famiglia, come agenzie educative cruciali e luogo della quotidianità della maggior parte degli adolescenti. Inoltre, la stessa possibilità di accedere a servizi dedicati alla cura, può divenire co-protagonista della costruzione di un processo di crescita degli adolescenti e di dimensioni future per loro “pensabili” e “possibili”.

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