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E se le “Grandi dimissioni” rappresentassero solo una fuga dalle proprie ansie?

Le chiamano “Grandi dimissioni” forse perché vanno a sfatare un mito che da Zalone in giù nel nostro Paese ha fatto strada e rappresenta certezze e sicurezze. Il posto fisso (anche se non quello statale a cui il comico pugliese si ispira in ”Quo vado”) per anni ha significato la certezza di poter programmare un futuro fatto di casa, famiglia, automobile e, a fine corsa, la pensione. In realtà a ben indagare si lascia la strada vecchia per quella nuova ma solo in alcuni casi lo si fa con un cambio radicale di prospettiva. Nessuno, insomma, molla tutto per aprire il chiringuito a Cuba, ma più semplicemente abbandona il posto di lavoro in funzione di una nuova prospettiva non tanto economicamente allettante quanto più consona a un work-life palanche che all’occhio del dimissionario è più confortevole e sostenibile. Il termine “Grandi” non fa quindi riferimento all’eticità del fenomeno, ma alla sua dimensione. Secondo i dati del Ministero del lavoro nel 2022 le dimissioni volontarie sono state 2,2 milioni, con un trend di crescita del 13,8% rispetto al 2021 a del 27,6% rispetto al 2019. Questi dati ci suggeriscono almeno una cosa (accanto al fenomeno in sé): il fatto che una qualche “tendenza dimissionaria” nel corso del tempo ci sia sempre stata. Però nonostante la crescita delle dimissioni, secondo gli ultimi dati Istat a marzo 2023 - rispetto allo stesso periodo del 2022 - è diminuito sia il numero di persone in cerca di lavoro (-5,1%, pari a -106mila unità) sia il numero di inattivi tra i 15 e i 64 anni (-2,2%, pari a -281mila). Questo significa che (forse e probabilmente) non tutti i dimissionari hanno cercato un ricollocamento o che i dimissionari lo erano a ragion veduta, avendo già trovato una nuova ricollocazione. Una generazione “che non si accontenta” o che pensa di “”valere di più”? Secondo l'Osservatorio HR Innovation Practice degli Osservatori Digital Innovation il 46% dei lavoratori, ha cambiato lavoro negli ultimi mesi o ha intenzione di farlo a breve. Questa percentuale raggiunge valori altissimi per la generazione Z che si attesta al 77%, sintomo del disallineamento tra le organizzazioni e le generazioni più giovani. In particolare, nel campione preso in considerazione dall'Osservatorio, i lavoratori che hanno cambiato o hanno intenzione di cambiare lavoro sono composti da: - 8% che ha cambiato volontariamente lavoro negli ultimi 12 mesi per un’offerta di lavoro in un’altra organizzazione; - un 3% che ha cambiato volontariamente lavoro negli ultimi 12 mesi anche senza avere un’altra offerta di lavoro al momento delle dimissioni - 12% ha intenzione di cambiare lavoro entro 6 mesi - 23% ha intenzione di cambiare entro 18 mesi La pandemia ha avuto un ruolo? È innegabile che l’esperienza della pandemia e la sua esaltazione (per cause di ”forza maggiore”) del lavoro da remoto o da casa abbia aperto alle persone un nuovo orizzonte di senso in termini di “work-life balance”. E c’è anche un altro fattore. A spingere verso le dimissioni può essere stata anche la ripresa occupazionale, dopo la caduta determinata dal picco della crisi Covid, con maggiore mobilità e opportunità anche per chi vuole cambiare lavoro, soprattutto per i profili tecnici e specializzati. Insomma più opportunità, il mercato che si apre e persone che vogliono cogliere l’occasione. Magari conquistando qualche giorno in più di smart working al prezzo di prima (o forse anche guadagnandoci in benessere economico oltre che in benessere fisico e psichico). Ma siamo davvero soddisfatti? Attenzione però che l’insoddisfazione per i lavoratori che cambiano casacca rischia di essere dietro l’angolo. Le aspettative possono essere tradite tanto che il 41% di chi ha cambiato lavoro si è già pentito e vorrebbe tornare indietro. L’ergofobia indica una paura eccessiva e persistente verso il proprio lavoro e i compiti e impegni quotidiani ad esso correlati. Una situazione di malessere, collegata al disturbo d’ansia, che non si smorza (se non temporaneamente) con il cambio di posizione lavorativa. Durante il monologo di Freccia (il suo “credo laico”) nel film di Luciano Ligabue RadioFreccia c’è un momento in cui il protagonista dice “Credo che la voglia di scappare da un paese con ventimila abitanti vuol dire che hai voglia di scappare da te stesso, e da te stesso non ci scappi nemmeno se sei Eddie Merx”. Ecco, da e stesso non ci scappi nemmeno se sei Eddie Merx. Appunto.



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